You are currently viewing THE CURE A ROMA

THE CURE A ROMA

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

The Cure a Roma : per farsi perdonare dalla lunga assenza propongono ai 15mila del Palalotto uno show vicino alle tre ore e una scaletta quasi didascalica di quella che è la storia della più importante band della scena dark wave e post punk inglese tuttora in attività. Ragionare su un concerto dei Cure nel 2016, potrebbe risultare vagamente anacronistico; eppure, considerando i sold out fin qui ottenuti con il tour mondiale in corso, vien da pensare che quando Manuel Agnelli cantava “non si esce vivi dagli anni 80” aveva proprio ragione! Quindi diffidate dai soliti darkettoni pronti a mostrare orgogliosi «la propria memoria». I Cure suonano oggi come allora e considerando le scalette proposte a Bologna e Roma, non c’è da dubitare! Parliamo di playlist da lacrime interamente concentrate sui lavori migliori della band inglese, apparsa sui palco in grande forma. Immaginate di aver passate l’infanzia ad ascoltare vostro padre cantarvi ninnananne che raccontano cose rassicuranti come “Dormi ora o non ti sveglierai mai più”. Certo, crescerete con un immaginario dark e un certo fascino per il buio e le tinte scure, e magari da grandi ci scriverete pure su una canzone, che può addirittura finire per diventare un classico che interi palasport cantano e accolgono con un boato, tipo “Lullaby”.

Robert Smith (58 anni) dopo aver tentato (invano) di produrre dischi all’altezza del proprio aureo passato, dopo aver tentato (invano) di fermare il tempo, pare ora concentrato sulle esibizioni live orientate all’interno di una produzione discografica che non lascia scampo. A parere di chi scrive, è questa una cosa saggia che dovrebbe essere presa ad esempio da altri gruppi anni 80 ancora in orbita. Della serie: “Se proprio non riuscite a fare come Michael Stipe con i suoi Rem, provate a mostrare il meglio di voi senza aver la presunzione di pensare che ciò debba essere ancora concepito”, i gioielli – se tali – risplendono per sempre. Anche perché diciamolo chiaro, ciò che ci si aspetta da formazioni così longeve, non sono certamente le produzioni tardive, quelle sono appannaggio di giovani neofiti ai quali si chiede costantemente di compiere uno sforzo, non soltanto nel cotonarsi i capelli ma soprattutto per studiare sistematicamente e filologicamente certa musica. Ma che tipo di fauna attrae, al giorno d’oggi, un live di Robert Smith? Certamente un folto pubblico di ultra quarantenni, sebbene anche le nuove generazioni, soprattutto quelle connesse alla nicchia musicale, siano estremamente partecipative e non esclusivamente costituite da “poser scellerati”; nel mondo della musica esistono giovani appassionati e sinceri, in grado di declamare senza affanno alcuno la solennità di certi versi.

Un esercito di appassionati che lascia ben sperare sulle sorti di un genere musicale il cui denominatore comune – capace di mettere tutti d’accordo – resta inequivocabilmente la passione. Il rovescio della medaglia è certamente costituito dalla figura penosa del darkettone vecchio stampo in rigoroso total black, che declama a sproposito la propria memoria. Dei Cure originali resta solo il frontman Robert Smith, e anche se il tempo passa per tutti è come te lo immagini, come lo hai visto cento volte in passato, con il trucco bianco, il pallore, quei cappelli scomposti alla Edward mani di forbice. La voce, pure, è quella che ricordi e riconosceresti tra mille, e ha retto bene allo scorrere degli anni che si vedono tutti, pagando magari qualcosa nella coda dello show, ma dopo oltre trenta canzoni è comprensibile. C’è un pò di tutto, tranne l’ostico “Pornography”, nella setlist di questo tour mondiale e impegnativo, pur in continuo aggiornamento . Un inizio col piede sull’acceleratore, con “Plainsong” in apertura seguita a breve da “Closedown” e “Push”, poi dopo oltre un’ora e mezzo la prima pausa, che prelude a tre blocchi di bis che di fatto danno inizio a un altro concerto, a partire da un quartetto di canzoni tratte da “Seventeen seconds”, il secondo disco datato 1980.

E pare che Smith abbia finalmente fatto pace anche con quelle super hit del loro repertorio di cui s’era disinnamorato proprio a causa dell’eccessiva popolarità che avevano guadagnato, vedi “Friday I’m in love”, arrivata in un finale che riserva i momenti più pop della serata subito prima dell’altro brano cult “Boys don’t cry”. È forse l’autunno della malinconia rock, delle grandi band storiche che non s’arrendono al tempo che passa, mettono indietro le lancette e rivendicano ancora un ruolo primario nello scenario musicale odierno. Giusto un mese fa abbiamo visto gli Who, sulla strada sono tornati Rolling Stones, Roger Waters, Bob Dylan e tanti altri. Tra cui i Cure, che di essere alla moda non si preoccupano affatto, fieramente fuori dai tempi col loro abbigliamento e con i toni cupi, a volte decisamente oscuri, della loro dark wave decadente. Per poi scoprire che quando parla Smith è capace addirittura di fare battute. Della serie, anche i principi del buio sanno ridere.

Lascia un commento