The show must go on. “La Passione” di Mazzacurati invita alla rinascita

The show must go on. “La Passione” di Mazzacurati invita alla rinascita

17 novembre 2010 alle ore 07:17

Approfittando dell’offerta di Alternativa  Cinema  sono tornato a vedere “La Passione”  di Carlo Mazzacurati. Una commedia amara intelligente e divertente. Un regista sull’orlo di una crisi di nervi (Orlando). Un paesino sospeso fra tradizione e imbarbarimento (anche la Toscana non è più quella di una volta). L’attore-Gesù, Corrado Guzzanti, insopportabile. La sindaco Stefania Sandrelli è implacabile, ipocrita e feroce (Sandrelli) ma non più della media nazionale. E uno spettacolino da allestire per ricatto, nello sperduto borgo toscano, che parte come una trappola ma poi diventa una grande occasione di riscatto artistico ed esistenziale.

Di più: la prova che anche un regista di sicuro insuccesso che da anni non dirige un film, alle prese con le proprie e le altrui miserie, può ritrovare l’orgoglio per dire malgrado tutto, «Noi qui ci mettiamo l’anima!».

Gli americani hanno il musical, noi la sacra rappresentazione, ma le cose non cambiano. Se c’è da mettere in scena a tutti i costi uno spettacolo, la metafora è dietro l’angolo.

The show must go on, e “La Passione” di Mazzacurati riformula il vecchio mito della provincia foriera di rinascite e riconciliazioni.

Stravolto dalla disoccupazione e dalle proposte dementi che intasano la segreteria telefonica, il regista in crisi rompe l’isolamento scaricando l’isterica divetta tv  e ribaltando i ruoli. Volete lo spettacolo?  Benissimo, ma non basta fare gli spettatori. Dovete anche recitarci, per quanto impreparati e svogliati possiate essere.

Così quel paesino diviso fra autoderisione, rassegnazione e voglia di farcela, diventa l’emblema di tutto il Bel paese. Peccato che se la morale è chiara la fiaba è un poco fiacca, le gag spesso stiracchiate, i momenti felici  si alternano ad altri di grana grossa. Forse fa parte della metafora. Rinascere si può e si deve. Ma la strada è ancora lunga.

Alla fine lo spettacolo conquista il pubblico con la forza della propria evocazione, con la suggestione dell’antica azione, con il fascino della parola dei Vangeli .

La commedia ben fatta, impasto di risate e tristezza, commozione, popolata di persone di buona volontà, è recitata magnificamente: Silvio Orlando raggiunge una brusca malinconia sfiduciata, Giuseppe Battiston si mostra arrivato a una bravura matura e insieme leggera, Corrado Guzzanti è insuperabile.

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