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THE WALL: IL MURO RICOMINCIA A SALIRE

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Dal 1972, l’anno di Dark side of the Moon, Roger Waters, anima intellettuale dei Pink Floyd, si stava interrogando sul prezzo che un artista deve pagare al successo.  La sua mente iniziò a concepire  “The Wall”. Nel 1977  Roger Waters  scrive “The Wall”. Il famosissimo muro, che nell’immaginario collettivo rappresenta ogni forma di coercizione (dalla famiglia alla scuola, dalla religione all’esercito), aveva in realtà lo scopo primario di proteggere i musicisti dai fan, rappresentati come adepti nazisti. Fan viene da fanatico, Waters ha preso questo filo etimologico e ne ha fatto un arazzo tramato di ambiguità: Pink, il protagonista, è una rockstar che ha perso il padre in guerra ed è stato abbandonato dalla moglie (circostanze che ne fanno la proiezione di Waters), ma si droga e patisce una madre sadica esattamente come Syd Barrett. Fin dai primi anni di vita le frustrazioni, i fallimenti, i complessi, le paure e i lutti si accumulano attorno a lui come grossi mattoni in una splendida metafora degna del genio di Kafka, finché la debolezza diventa aggressività. Pink si contraffà in un falso sé nazista che aizza la folla, e usa il muro per fucilare i deboli e i diversi, ma quando rimane prigioniero del proprio sadomasochismo non può fare a meno di usare quello stesso muro per difendersi dalla folla. Ciò che ti protegge, però, ti fa anche impazzire: in quest’ulteriore ambiguità l’opera di Waters consegue uno spessore che non ha eguali nel mondo del rock.

Eretto in tempo reale durante la prima parte del concerto, l’enorme muro finisce col nascondere i veri Pink Floyd, mentre rimangono visibili quattro loro sostituti, la cosiddetta Surrogate Band. Di metafora in metafora l’opera corre al suo fine: un giudice-verme, contrappasso dei vermi della follia che brulicano nel cervello dell’alienato, condanna Pink ad essere  esposto come un neonato sulla scena della vita. Le forze che abbattono il muro, dunque, sono le stesse che lo hanno eretto, e nel crollo non c’è nulla di gioiosamente liberatorio. Anni dopo Roger Waters ammise che il muro era la proiezione plastica delle sue angosce e che in esso si reificavano le sue pulsioni di morte: ma, come già in Dark side of the Moon, questa disarmonia passa attraverso una forma controllatissima. Ex studente di architettura, al pari dell’amico-nemico David Gilmour, Waters impresse all’opera tutta la propria formazione facendo dialogare la struttura con la parola, la musica, la scenografia, i filmati, l’animazione  con una saturazione simbolica che diventa simbolo di liberazione. Solo come un titano, circondato da dignitosissimi gregari che cercano di far dimenticare i compagni originali, Waters continua a credere nel suo capolavoro. Chi non ha assistito alle storiche rappresentazioni del 1980-81 ha potuto farsi un’idea di quello spettacolo attraverso il film di Alan Parker, un bel film che è comunque altra cosa, e soprattutto con la riedizione dello spettacolo a Berlino nel luglio 1990. Ora, dopo un trentennio, il muro ricomincia a salire.  

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