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THE WORLD’S GREATEST ROCK’N’ ROLL BAND

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Oggi alle ore 15 /17 sul webinar de “La Sapienza”, per gli studenti del Dams, ma anche per i liceali che preparano gli esami di Stato, ricorderò “The world’s greatest rock ‘n’ roll band”. Parlerò di cinquant’anni di rock’n’roll ruvido e stradaiolo. Tra trionfi, tragedie e resurrezioni. Nessuno meglio dei Rolling Stones ha incarnato il modus vivendi, la frenesia e gli eccessi del rock. Forse, per una volta, la (auto)definizione più abusata è anche quella giusta. I Rolling Stones non sono soltanto un miracolo di longevità: sono la quintessenza di un intero genere – il rock – che hanno contribuito a forgiare e rendere immortale, ripartendo proprio dalle sue radici – i ritmi tribali, il blues, il jazz – e coniando un sound potente e decisivo per le generazioni successive. Una simbiosi completa, che non si limita all’aspetto musicale. Nessuno meglio di loro, infatti, ha incarnato il modus vivendi, la frenesia e gli eccessi del rock. Una fiamma che continua a riaccendersi puntualmente a ogni nuova tournée, rinnovando un incantesimo che troppi dischi mediocri degli ultimi anni rischiavano di spezzare. I Rolling Stones esordirono nell’arena del rock in piena era beat, come l’alternativa “brutta sporca e cattiva” ai Beatles. Ne nacque subito la più scontata delle contrapposizioni: i garbati e simpatici sudditi di Sua Maestà contro i teppisti insolenti della suburbia londinese; i baronetti del conformismo pop contro le anime dannate del rock.

Un contrasto tanto artefatto (per la fortuna dei discografici) quanto mendace, se si pensa ad esempio che i Beatles erano i veri figli della working class, mentre gli Stones scaturivano dalle velleità artistiche dei rampolli irrequieti della borghesia londinese. La musica dei Rolling Stones affondava le radici nel blues inquieto di John Lee Hooker, Bo Diddley, e in un sano “rollare” di marca Presley & Holly; ma fu il modo in cui si avvicinarono a questo tipo di musicalità a provocare l’iniziale sdegno dei perbenisti. Rock “stradaiolo”, in tutto e per tutto: nella melodia, nel look, e nel loro stesso stile di vita. Uno stile sublimato dalla stessa figura del frontman, Mick Jagger, satiro sguaiato e lascivo, capace di esprimere tutte le nevrosi e le lusinghe del rocker, in una rivisitazione animalesca della figura del crooner soul. Provocatori per natura e per divertimento, i Rolling Stones esaltarono il loro spirito basilare fino a farlo divenire un autentico fatto di costume, ribellandosi agli stilemi imperanti, impomatati di tradizionalismo e bigottismo. Infarcivano i loro testi di un depravato senso di giovanilismo, riuscendo a essere perfettamente credibili in quelle storie ribollenti di eccessi, perché molte volte i personaggi principali di quelle storie erano loro stessi.

Il loro era un linguaggio diretto, senza molti abbellimenti stilistici, ma in quelle parole si riconoscevano tutti quei giovani che si sentivano imprigionati nell’asfittica società dell’epoca. Il parlare di esperienze sessuali ai limiti (e al di là) della pornografia, il teppismo urbano, i lucidi e drammatici racconti di vita avvelenata in squallide camere ospedaliere, o ancora, e più semplicemente, il raccontarsi all’insegna del divertimento, con la sfrenata bramosia di farlo ora, adesso e subito, non erano altro che l’invocazione di chi voleva evadere dal grigiore quotidiano. La musica stoned non è mai stata particolarmente elegante dal punto tecnico, era una costruzione sonora poggiante su riff ripetuti all’infinito: pochi accordi e scarsa attenzione verso certe spettacolarità tecnico/strumentali. Eppure ogni strumento era un piccolo show: la batteria marziale e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Richards, il cantato black lussurioso di Jagger, il basso cavernoso di Wyman; in più, nella prima fase, il genio eclettico di Jones, capace di esplorare i suoni dell’organo, del dulcimer, del sitar e dei flauti dolci. In tempo di Covid sono nuovamente in prima fila. Il genio. Essere al posto giusto nel momento giusto. L’uscita del singolo, viene a una settimana dalla partecipazione degli Stones a One World Together At Home, il “concertone” globale a sostegno dell’OMS e di tutti coloro che, a cominciare dai medici e dagli infermieri sono in prima linea nel lavoro per contenere la pandemia. E l’esecuzione del loro classico del 1969 “You Can’t Always Get What You Want” su Zoom è stata fantastica.


Ecco a sorpresa un nuovo disco. Fermiamoci un attimo a pensare: 50 anni di attività. E chissà che non sia di buon auspicio per la pubblicazione di un nuovo album, rimandato di anno in anno dopo la pubblicazione nel 2015 dell’apprezzata raccolta di cover blues Blue and Lonesome che valse loro un Grammy. Da questa mattina è disponibile su tutte le piattaforme digitali “Living in a Ghost Town”, il nuovo singolo dei Rolling Stones, scritto da Mick Jagger e Keith Richards e ideato e registrato a Los Angeles e Londra in isolamento. ‘Gli Stones erano in studio a registrare del nuovo materiale prima del lockdown e c’era una canzone che pensavamo avrebbe risuonato attraverso i tempi che ora stiamo vivendo. Ci hanno lavorato in isolamento. Ed eccola qui. Più di un anno fa a Los Angeles avevano pensato di tenere questo brano per un nuovo album, poi è scoppiato il Covid e insieme hanno deciso che questa canzone doveva essere lavorata adesso e così eccola qui: “Living in a Ghost Town”. “Vivere in una città fantasma”. Stay safe! Una traccia che rispecchia l’umore del momento. Dopo la performance nello show “Together At Home”, i Rolling Stones una delle band più importanti della storia della musica – 79 album pubblicati, 300 milioni di dischi venduti, 310 anni in quattro – tornano protagonisti. Un brano profetico, figlio di questi giorni di lockdown, con le città deserte per la pandemia di coronavirus, ma risalente all’anno scorso. Infatti non è stato scritto ora, ma si adatta alla situazione che stiamo vivendo. E’ la storia di un posto pieno di vita che diventa un luogo dove non c’è più niente… una ghost town.


“La vita era così meravigliosa prima che ci chiudessero tutti, ci sentiamo come un fantasma che vive in una città fantasma”, canta Jagger, trainato da un riff di Keith Richards. Il suono è compatto e la batteria asciutta proprio come dovrebbe essere . Il brano è stato scritto e abbozzato nel 2019 fa durante le session per la realizzazione del nuovo album. Un album tanto atteso, dato che l’ultimo che conteneva canzoni originali è “A Bigger Bang”, uscito nel 2005 .Alla canzone si accompagna un video con gli effetti del lockdown nelle diverse capitali del mondo, da Londra a Kyoto e Los Angeles, tra strade vuote e stazioni della metropolitana vuote. Purtroppo, invece, per quanto riguarda i tour, non sono stati fortunati in questi ultimi anni, visto che quello del 2019 era stato rimandato a causa di un’operazione al cuore a Mick Jagger e quello del 2020 per via del coronavirus. Speriamo che il 2021 sia la volta buona.

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