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TOGLIERE L’EREDITA’ DI FALCONE E BORSELLINO

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Prende il via oggi la 22 edizione del Premio nazionale Paolo Borsellino. Ancora una volta da 25 anni 10 giorni di incontri con 87 ospiti per incontri, testimoniamze, libri, spettacoli per interrogarsi sull’eredità dei due magistrati e soprattutto per far conoscere ai giovani abruzzesi le figure di Falcone e Borsellino. Con una certezza: l’indifferenza e la rassegnazione sono la malattia mortale da sconfiggere. A chi gli chiedeva se valesse la pena di morire per questo Stato, Giovanni Falcone, che un pò se l’aspettava, rispondeva: «Non conosco che questo Stato». Le cronache di questi giorni ci parlano di accordi delle mafie per spartirsi l’Abruzzo, di ‘ndrangheta che “colonizza” la Lombardia, di un Consiglio comunale in Liguria, sciolto per infiltrazioni mafiose, di boss che prendevano accordi, in massimo sfregio alla memoria, in una stanza intitolata a Falcone e Borsellino, con un’immagine dei due magistrati uccisi nel 1992, a “vegliare” su di loro. Ce n’è abbastanza per chiedersi cos’è rimasto del percorso di Falcone e Borsellino.  Pensiamo che il loro percorso non rimane: continua. E continua non a parole, ma nei fatti. La memoria di Falcone, di Borsellino, come di tutte le vittime innocenti delle mafie – sarebbe sbagliato citarne solo alcune – si fonda sull’impegno.

Quelle persone non sono morte per essere ricordate ma perché credevano in un ideale di giustizia che sta a noi raccogliere e vivere fino in fondo. Le loro sono memorie scomode, che ci sollecitano ogni giorno dell’anno, in ogni istante della nostra vita, non solo in occasione degli anniversari e delle ricorrenze. Per questo l’eredità di Falcone e Borsellino non riguarda solo le forze dell’ordine ne solo la magistratura, che visse col pool antimafia di Palermo, guidato da Nino Caponnetto, la sua grande stagione. È un’eredità spirituale che riguarda tutti noi, e che si concretizza nell’impegno di chi svolge la sua professione e la sua vita sociale con responsabilità, rigore, coraggio, coerenza. Gli anticorpi ci sono, bisogna attivarli. La penetrazione delle mafie in Abruzzo e al nord come sulle scene internazionali nasce spesso da un vuoto etico, da una povertà non tanto materiale ma morale. Troppo a lungo si è pensato alle mafie come a una realtà solo di certe regioni e a fenomeni strettamente criminali, senza vedere che la loro forza è soprattutto al di fuori di esse: nel bacino di connivenze e complicità, nell’indifferenza e nella presunzione che quello del crimine organizzato sia un problema degli altri. Le mafie hanno sempre mirato a infiltrare l’economia e condizionare la politica.

Lo hanno fatto in passato e continuano a farlo con nuovi strumenti e maggiore capacità di penetrazione, approfittando di un tessuto sociale oggi molto fragile e disgregato. Hanno trovato terreno fertile nell’individualismo irresponsabile, nella povertà delle relazioni e dei legami sociali, nella riduzione del lavoro a merce, nella perdita di coscienza civica e di senso del bene comune, nelle leggi fatte non a tutela di tutti ma per garantire il privilegio di pochi. C’è, nel nostro paese, un’illegalità diffusa che non va confusa con le mafie, ma che rafforza una mentalità favorevole alle logiche mafiose. Corruzione significa 96 miliardi di euro sottratti ogni anno ai servizi sociali, alla scuola, al lavoro, alla sanità, cioè alle basi della democrazia: una tassa di 1500 euro per ogni cittadino! In una società capace di garantire di più i diritti, la corruzione non avrebbe questo spazio. Aveva ragione allora il prefetto Dalla Chiesa quando diceva che per sconfiggere le mafie bisogna dare come diritto ciò che esse offrono come favore. Non si possono costruire o riattivare gli anticorpi se manca una politica che abbia davvero a cuore il bene comune, senza dimenticare però che la politica, per essere migliore, ha bisogno della responsabilità e dell’impegno di ciascuno di noi.

Il confine tra mafie e zona grigia è labile. L’etica chiama in causa le nostre coscienze, la nostra responsabilità, le nostre piccole e grandi scelte quotidiane. Chiede a ciascuno di noi di contribuire perché la vita sociale sia per tutti libera e dignitosa, perché i diritti abbiano la meglio sui privilegi, e le aspirazioni dell’“io” confluiscano nelle speranze del “noi”. Ci sono due cose che come cittadini non ci sono permesse: la prima è ubbidire alle ingiustizie, la seconda è rendercene complici attivamente o passivamente, attraverso l’indifferenza, la rassegnazione, la superficialità. L’impegno contro la mafia non è solo politico, ma anche culturale ed educativo. L’indifferenza, l’anestesia delle coscienze, la rassegnazione, la delega. È necessario risvegliarci. Ma indignarsi non basta più: occorre darsi da fare. Nella consapevolezza che l’impegno è, con la relazione, l’essenza di una vita libera. E che il primo compito che la vita ci affida è quello d’impegnarci per chi ancora libero non è. 

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