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TORNA FERZAN OZPETEK STRIZZANDO L’OCCHIO A WOODY ALLEN

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Dopo l’ultimo successo del film Mine Vaganti che ha bissato quello de Le fate ignoranti  Ferzan Ozpetek torna nelle sale cinematografiche italiane con la Magnifica presenza di Elio Germano. Ozpetek si avventura su nuovi generi, aprendo con la paura delle case infestate, ma cercando subito la luce in fondo all’oscurità. Si tratta di un percorso insolito, eppure lo spirito del suo cinema pulsa più che mai. Il nuovo film è una summa dei temi che gli stanno più a cuore, partendo dall’omosessualità alla famiglia allargata che in questo caso comprende pure alcuni distinti fantasmi, prigionieri di una casa a Roma dagli anni Quaranta dopo una misteriosa e violenta morte. Ma anche l’eleganza, la sregolatezza, la sensibilità e, ancora una volta, la bellezza del diverso. E non poteva nemmeno mancare la passione culinaria. Ci sono tutte le ossessioni a cui Ozpetek ci ha abituati nel corso della sua cinematografia, ma questa volta, come lui stesso ha dichiarato, si tratta del “suo film più complesso”.

Spunti narrativi e personaggi da raccontare si duplicano e il regista di origine turca sconfina nel paranormale, partendo da toni gotici e trasformandoli a poco a poco in brillanti, per poi arrivare a temi più importanti come la necessità di non spegnere mai le passioni. Per traghettare questo messaggio incolla la sua macchina da presa su Elio Germano, presente in tutte le scene del film e notevole nei panni del giovane sfigato siciliano, solo e pieno di difetti, ma anche puro che viene dalla Sicilia per vivere la sua natura gay umiliata e offesa, mentre sogna di far l’attore. Solo ed infelice incontra otto personaggi in cerca d’autore, li evoca, e negli occhi di Elio Germano, in una stagione fortunata, tutte le sfumature di questa condizione, sono presenti, contagiose e catartiche. tanti personaggi a cui il regista riesce a dare spessore. Bravissimo Germano, anche se si ha la tentazione di dire che la magnifica presenza del titolo è quella di Anna Proclemer che arriva alla fine ma in 10 minuti si mangia tutti facendo vedere come si parla, come si guarda, come ci si muove.

Il film parte bene, col povero Elio spaesato in ogni dimensione, incerto sul sesso e col mistero non svelato di questi otto ex attori eleganti e ancien régime, che spettegolano e mangiano in casa sua. Peccato che nella seconda parte il racconto perda il baricentro, la psicologia del protagonista si allontani e non si veda un attracco sensibile dove il film possa ormeggiare la sua morale. Nel finale confuso, con i fantasmi che tornano tra le quinte, ci piace pensare che la situazione si sia rovesciata e che Germano sia la presenza fuori posto in un mondo che non permette in fondo ad alcuno di esprimere davvero se stesso e alla santa ambiguità di cui ciascuno, appunto, è portatore sano. Con un humour che strizza l’occhio anche a Woody Allen, “Magnifica presenza” ci offre una serie di scene memorabili in cui il cinema cita il cinema. Ci sono momenti sinceri, ostinati, dolci, sensibili come in un identikit del carattere di Ozpetek, ma anche eccessi  come il trans, come fosse in stile Almodòvar, obbligatorio un elenco di ciò che fa trendy gay, dalla battuta del “Tram” di Tennessee Williams. Comunque un buon segnale per il cinema italiano. Dopo “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani è un secondo film, nel giro di dieci giorni, che ci parla di teatro al quadrato: diverso, certo, ma contiene lo stesso germe espressivo, la sfida molto trasversale fra realtà e finzione, parole maiuscole che risuonano più volte e che ci rimandano alla poetica pirandelliana su cui il film si edifica e di cui si nutre in modo evidente e didascalico. l.n®cinemaitaliano

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