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UN MUSEO PER RICORDARE MIO NONNO…

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Ci sono musei che sono costruiti con sapienza, eleganza, erudizione. Scintillano, ammaliano. E ci lasciano freddi, le bacheche gli oggetti i capolavori non fanno rivivere l’intimo di un uomo, la vita segreta di un cuore. E altri, invece, che si mettono insieme con rabbia, cedendo al grido della Furia che si fa lodevolmente sirena, dove la potenza apparente del Male risalta senza camuffamenti, dove i vinti, gli assassinati hanno per vendicarsi una prima arma: la memoria. Da quei musei, inspiranti come sono al dissidio, al dubbio se ne esce consapevoli, pronti al corpo a corpo con la realtà che sta fuori per afferrarla e battersi, a viso aperto; e trasformarla. La nuova sezione del benemerito Museo del mare a Genova dedicata alla migrazione, appartiene appunto, e con lode, a questa schiera. Farà discutere: merito encomiabile. Gesto di coraggio, davvero, inchiodare, trivellare raspare una materia così rovente, in cui l’attualità irrompe, prepotente, nelle sale, si può dire le prolunga e moltiplica. Perché le migrazioni descritte così minutamente fin quasi a diventar vive, a fianco e dentro il visitatore, non sono solo quelle italiane; quelle cioè dell’evo di De Amicis: «ascendon la nave/ come si ascende il palco della morte/ vanno carne da cimitero/ vanno, ignari di tutto ove li porta la fame/ in terra ove altra gente è morta», cantava l’autore del «Cuore».

Che abbiamo, forse un po’ sveltamente, rincattucciato tra gli encomiatori di una Italietta borghese e caritativa e fu invece vigoroso reporter di infamie sociali come appunto la emigrazione. Il Museo del mare con estensione implacabile connette a questo esodo moderno (31 milioni di italiani verso il Plata, New York, il mondo; fu davvero moto biblico) quello nuovo e altrettanto prepotente che rimonta dal Sud verso l’Europa, verso di noi scavalcando il Mediterraneo. Barche continuano ad ammucchiar miseria, povera gente che vi si stringe perché si adatta a tutti i vani come l’acqua, ieri lombardi, veneti, cafoni del nostro Sud, oggi senegalesi, tunisini, eritrei, fame e coraggio di tutti i tempi e di tutti i paesi. Gente che conosce la tristezza dei suoli miseri, la melanconia delle terre che sono ricche del loro male. Sì, alla fine un popolo solo: a Ellis Island e a Lampedusa, alla Boca e a Gran Canaria, gente, tutta, i clandestini africani e i nostri bisnonni, costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente sotto l’artiglio della disperazione. E questa sacrosanta mescolanza sconnette, se non si è ciechi, il pregiudizio: esser cioè la nuova migrazione altra cosa che quella nostra. Sì, questo sarà un museo che racconta uomini, le loro tristezze, melanconie, stupefazioni.

Uomini purificati dal dolore. Come spiega il direttore del «Galata», Pierangelo Campodonico, «Genova ha un debito con l’emigrazione»: perché fu con i soldi dei veneti, dei piemontesi, dei lombardi che partirono per l’America, che gli armatori di qui, i Boccardo, gli Ellero, i Virgilio, i Lavarello, finanziarono l’oneroso passaggio dalla vela al carbone, dal legno all’acciaio, modernizzarono flotte e riempirono le saccocce svuotate dalla crisi, quell’altra, di fine Ottocento. I migranti di allora erano merce da spolpare, come quelli di oggi. Sensali li rastrellavano nelle terre della fame, che fu all’inizio il Nord e poi, dopo, il Sud; li portavano a Genova dove sudici alberghi (il museo ricostruisce un vicolo nella zona di Brignole) perfezionavano il saccheggio prima dell’imbarco. Tanto che nei mielosi baedeker per l’emigrante scritti da intellettuali alla moda come Paolo Mantegazza si suggeriva di dormire all’aperto, per tenersi lontani dall’angiporto. Chissà se gli diede giudiziosamente retta un certo Rodolfo Guglielmi destinato, laggiù, a diventare Rodolfo Valentino. Poi era la nave, e il mare. Per duemila espatrianti pigiati in terza classe (maschi e femmine, anche gli sposati, separati ogni sera e presidiati dal marinaio più brutto, i capitani non volevano storie di gelosie, amore e coltello): come racconta ancora lui, De Amicis, in un memorabile reportage.

Vecchi bastimenti riadattati o affittati con il time-charter: apprezzerebbero l’ingegno nel «ridurre i costi» gli imprenditori del nuovo traffico, i passeur tunisini dagli stipati barconi a mille euro il posto. Partivano sognando il paese della cuccagna, l’eldorado perché l’altro mondo era un mondo rovesciato dove essere non più servi, mezzadri, badilanti ma padroni («anderemo in Merica/ in tel bel Brasil / e qui i nostri siori / lavorarà la terra col badil!» irrideva giocosa una canzone trevigiana). Andarsene era dunque fare la rivoluzione, come i giovani magrebini che abbandonano le loro terre infette da dittature troppo recenti, per vedere l’eldorado europeo. Il mare: vissuto nelle viscere di questi cetacei-cellulari di inizio Novecento e sul ponte dei barconi di Lampedusa (uno è esposto nelle sale), non è quello epico di Conrad o di Hugo ma solo paura angoscia morte. Come una marea che ritirandosi lascia una lunga linea nera di alghe e di meduse morte, ecco gli oggetti raccolti dentro le barche: un Corano, una scarpa, un biberon. Segni di gente che non conosciamo, numeri, non persone.

La parte del museo dedicato all’immigrazione è fitta anch’essa di «cartoline di viaggio», scritte da uomini del Sud del mondo che narrano la loro odissea. E poi foto di Uliano Lucas (di 40 anni fa! Quanto è antica questa Storia) e le istantanee del «team donna fotografa» di Giuliana Traverso con i volti di una Genova che gli stranieri hanno già silenziosamente mutato: come la ragazza africana che vende la focaccia! E poi una classe composta dove gli allievi leggono i temi (quest’anno che gli allievi stranieri saranno un milione). E c’è perfino la cucina migrante del «gastronomade» Vittorio Castellani. Alla fine del percorso, una serie di nicchie, quasi confessionali da «Grande Fratello»: dove rispondere a sei domande sull’immigrazione. Per scoperchiare i luoghi comuni, per rivelare soprattutto a noi stessi se abbiamo capito, se abbiamo asciugato quella colpa terribile: la durezza, il disprezzo, il rifiuto di capire, il piacere di umiliare, di abbassare ai propri occhi altri uomini.    

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