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UN PASSO INDIETRO E’ L’UNICO GESTO DI DIGNITA’

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Marrazzo, non Marrazzo, Marrizzo, M’arrazzo. Ieri sera nella festa di riapertura del Piper non si parlava d’altro. Quel che è certo è che la politica ha cambiato luoghi istituzionali. Si svolge nei filmini hard, nei ricatti e nei dossier, nelle botteghe dei barbieri dove siedono magistrati da spiare, nelle case d’appuntamento, nelle cucine in cui carabinieri deviati confezionano le loro polpette avvelenate, nel fango da cui emergono i gossip, nella melma più fitta e spaventosa, nei calzini (turchesi) e nelle mutande (abbassate), nei w.c. presidenziali e video-filmati con i telefonini. E nelle strade romane dove lavora la super dotata trans Natalì che ha amicizie altolocate o dove pratica il suo mestiere la collega Brandon 26 dove – direbbe checco zalone – 26 non è l’indicazione dell’eta.

Il Belpaese è diventato un pornazzo di serie D, come Disperazione. Disperazione senza fine e senza sorrisi. Ridateci l’allegra sgangheratezza dell’«Armata Brancaleone», che forse ci somiglia di più. Comunque la mettiate certamente la politica italiana sta raggiungendo livelli intollerabili di barbarie. La melma dei ricatti, delle indiscrezioni compromettenti, delle intrusioni corsare nella vita privata di tutti sta sommergendo ciò che resta del dibattito pubblico. È una giungla di dossier, di video, di foto rubate, di registrazioni devastanti, di pedinamenti che sta sostituendo da mesi la lotta politica. Che non è mai un minuetto, ma neanche può diventare una rissa senza argini e senza esclusione di colpi, preferibilmente molto bassi. Ed è sventurato il Paese in cui Piero Marrazzo, governatore di una Regione decisiva nell’equilibrio politico nazionale, si vede costretto a dar conto della sua sfera più personale. In cui l’opinione pubblica viene messa al corrente delle scelte sessuali di un esponente di rilievo della politica. In cui chi, all’interno delle forze dell’ordine, deve badare alla sicurezza dei cittadini e al perseguimento dei reati viene invece associato a una trama di ricatti che sembra il canovaccio di un film sulla Los Angeles corrotta degli anni Venti e Trenta.

Ricatti che travolgono la vita privata di un politico, non gli atti della sua vicenda pubblica. E anche questo degradante capitolo della vita nazionale, purtroppo, rischia di diventare materia di un gossip internazionale che da un pò di tempo in qua tiene nel mirino l’Italia. Anche in questo caso, il garantismo non può essere un’opzione facoltativa, da subordinare alla logica della convenienza politica. E perciò costituirebbe un ulteriore sprofondamento nella «barbarie» sottoporre Marrazzo alla gogna. Resta solo da chiedersi se e quanto sia stata condizionata l’attività pubblica di un presidente della Regione che da mesi vive costantemente in una condizione di ricattabilità. Se fosse vero, ma è tutto da dimostrare e da documentare oltre ogni dubbio, che il presidente del Lazio ha dovuto pagare per neutralizzare le manovre dei suoi estorsori, questo significherebbe che da molto tempo Marrazzo è costretto a vivere in una condizione di minorità politica e amministrativa.

Un governatore sotto ricatto è un governatore politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie e che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende, nelle quali l’opinione pubblica non deve emettere giudizi. E per questo deve dimettersi. Non perché ha piacere a trascorrere alcune ore con un trans. Si tratta di un punto delicatissimo, in cui la sensibilità politica dei protagonisti dovrebbe far premio su ogni altra considerazione giudiziaria ed etica. Se l’eventuale accettazione di un sordido ricatto è stata la scelta di un rappresentante delle istituzioni, è difficile non immaginare che le istituzioni stesse debbano essere messe al riparo da ogni sospetto e da ogni interferenza. Non spetta ai giornali fare processi o anticipare sentenze. Ma certo Marrazzo deve fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità in un momento della nostra politica in cui la dignità sembra tristemente smarrita, sommersa da una «barbarie» cui bisogna mettere, per sempre, la parola fine.

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