You are currently viewing UNA RAGAZZINA CHE CANTAVA COME SE AVESSE SOFFERTO TANTO

UNA RAGAZZINA CHE CANTAVA COME SE AVESSE SOFFERTO TANTO

  • Autore dell'articolo:
  • Commenti dell'articolo:0 Commenti

Una vecchia casa di mattoni, due piani eleganti, un ingresso signorile bianco e un cancello nero come la notte. Gli abitanti della stretta via di Londra immaginano cosa sia successo, magari se lo aspettavano. Amy Winehouse, la più bella voce della musica moderna, il genio sregolato di Back to Black, è morta in circostanze che tutti immaginano. Aveva 27 anni, capelli corvini, un look oltraggioso, tatuaggi irreverenti da camionista e un’ugola divina, senza dimenticare qualche avaria di comportamento che da tempo l’aveva lasciata in balia di alcol e droga. Ad appena vent’anni era diventata una star, elogiata per una voce che scomodava paragoni eccellenti, da Aretha Franklin a Sarah Vaughan, talenti neri che sfidava con una storia bianca di inglese. Morta per droga a 27 anni, famosa e ricca come Robert Johnson, il leggendario bluesman che inventò la chitarra rock, Jimi Hendrix, che finì soffocato dal suo stesso vomito, Janis Joplin, che mangiò e bevve il blues fino a non poterne più e fu ritrovata in l’overdose incastrata a testa in giù fra tra letto comodino, Brian Jones, che fondò i Rolling Stones, Richey Edwards, chitarrista, autore dei testi dei Manic Street, Jim Morrison, che andò a Parigi per sfuggire al circo di cui era l’attrazione principale, come Kurt Cobain che in crisi da allucinogeni si sparò. Il suo primo album aveva venduto in pochi mesi due milione di copie.

Back to Black (2006), seconda magnifica prova di fusione fra nuovo e vecchio, di soul e r’n’b rivisitati, le dava il successo planetario. La fine dell’inizio. E l’inizio della fine.   Vallo a spiegare alla folla di fan che si è rapidamente assiepata sotto la sua casa, che Amy è morta perché bruciata dal successo, perché il troppo dà la scossa. Sono ragazzini, molti giovanissimi, facce da sognatori che portano fiori e orsacchiotti e faticano a capire come si fa a buttare al vento le possibilità di una bella vita, fama e denaro. Farmaci e alcol. Un’esistenza bruciata che aveva mostrato la sua faccia peggiore il 18 giugno, quando la Winehouse era stata fischiata a Belgrado, nel primo concerto di una tournée di ritorno sulle scena subito cancellata. Non cantava. Non andava a tempo. Era ubriaca davanti a 200 mila persone che avevano pagato 40 euro per vederla. Lontane le emozioni della notte di fine giugno 2008 quando sedusse il pubblico di Hyde Park cantando per il compleanno di Nelson Mandela con Annie Lennox, i Simple Minds e Zucchero.

Ha buttato giù troppo liquido e troppe pastiglie, più di quanto il suo piccolo corpo potesse sopportare. Così ha lasciato questa vita per entrare in una nuova tutta nuova che è cominciata poco dopo l’annuncio della sua morte. Una storia drammatica, e già vista. Con l’inevitabile ingresso nella leggenda delle sette notte moltiplicato in forma digitale che non rende alcun onore ad Amy, una stella divina cancellata dall’incapacità di essere all’altezza di sè stessa. Forse dentro quel suo testardo voler fare tutti, proprio tutti gli sbagli possibili, c’era anche il folle tentativo di commetterli non solo per sé, ma per tutti coloro che soffrono del male di vivere e non sono famosi e non sono amati com’era famosa e amata lei, in attesa di vedere cosa sarebbe successo all’avvicinarsi di quel terribile traguardo – i ventisette anni che hanno falciato così tanti musicisti prima di lei – davanti al quale non si può non accorgersi che l’adolescenza è finita per davvero, e per sempre. Non starò a dire quanto fosse grande, Amy Winehouse. Lo sapete. Basta ascoltarla una volta per capirlo subito. Nessuna, nessuno aveva il suo talento. Insieme alla sua voce forte e nera, alta, inconfondibile, ti arrivava subito anche la boria disperata, il coraggio, la fragilità e la timidezza. Era una ragazzina, eppure cantava come se avesse sofferto tanto. E forse era proprio così. Ciao, piccola.

Lascia un commento