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UNITA’ D’ITALIA: MA CI OSTINIAMO A NON VOLER ESSERE ITALIANI

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Andrea Carandini, archeologo di fama mondiale, ha lasciato la presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali: i troppi tagli al bilancio gli impediscono di continuare a svolgere seriamente il suo mestiere. Non so a chi Carandini abbia materialmente rassegnato le dimissioni, dato che il ministro Bondi non esce di casa da mesi. Però ci piacerebbe almeno sapere che cos’ha fatto di male la cultura a questo Paese per meritarsi un disinteresse così suicida. Nonostante molti lo ignorino o addirittura lo disprezzino, il patrimonio artistico e culturale è l’unico petrolio su cui siamo seduti, nonché la principale e forse unica ragione per cui il mondo si ricorda ancora ogni tanto della nostra esistenza.   Una classe dirigente di buon senso taglierebbe ovunque, tranne lì. Se poi fosse anche una classe dirigente illuminata, proverebbe a immaginare un’Italia diversa. Un’Italia del bel vivere, punteggiata di musei accoglienti, siti archeologici spettacolari e teatri lirici con un cartellone di Verdi e Puccini pensato apposta per i turisti. Un’Italia degli agriturismi e dei centri benessere. Dei mari e delle coste ripulite da tutte le sozzure. Dei pannelli solari installati sui tetti di tutte le abitazioni private. Dei prestiti facili alle cooperative giovanili che propongano iniziative originali nell’arte, nello spettacolo, nella moda e nel turismo di qualità. Un’Italia verde e profumata, il polo attrattivo di tutto ciò che è bello. Saremmo più felici e più ricchi. Ma soprattutto saremmo quel che ci ostiniamo a non voler essere: italiani. 

A fianco dei popoli in lotta per la libertà  Non credevo di tornarci su. Ma proprio devo. Proprio non capisco. Va bene il pensiero cinico dominante, che si fa un punto d’onore di schernire qualsiasi passione ideale. Ma com’è possibile che non vengano i brividi nel vedere una fiumana di ragazzi che si riversa per le strade del Nord Africa chiedendo libertà? Nell’ascoltare le voci drammatiche che raccontano di un genocidio in atto alle porte di casa nostra, dove un dittatore pazzo sta facendo sparare addosso alla sua gente da un manipolo di mercenari? Il petrolio, l’invasione, il califfato: preoccupazioni sensate, ma nell’alfabeto interiore di un essere umano sono parole che arrivano dopo. Prima c’è l’amore per la libertà. Non sarà, lo sto chiedendo anche a me stesso, che nel distacco titubante con cui seguiamo gli eventi libici si nasconde un velo di razzismo, che ci induce a considerare gli arabi degli immaturi, privi dei bollini necessari per iscriversi alla democrazia e quindi da tenere sotto il tallone di qualche babau, possibilmente amico nostro? Gioca un ruolo la delusione del 1989: alla caduta del Muro festeggiammo l’avvento di un mondo più giusto e invece ci siamo ritrovati dentro uno più largo, nel quale gli occidentali hanno perso peso. In noi si è fatto strada il pensiero tipico dei perdenti: che d’ora in poi qualsiasi cambiamento altrui peggiorerà la nostra vita. Ma i cambiamenti sono la vita. Il modo migliore per scongiurare invasioni e califfati consiste nello schierarsi a fianco dei popoli, dei ragazzi arabi in lotta per la libertà. Aiutarli a ottenerla dai tiranni oggi. E a difenderla dai fanatici domani.

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