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UNITA’ D’ITALIA: SONO ORGOGLIOSO DI ESSERE ITALIANO E DI AVERE L’EREDITA’ DEI RICORDI

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Il grande successo delle manifestazioni svoltesi questa notte in tutta Italia testimoniano ancora una volta, ma non se ne sentiva il bisogno, che chi è chiamato a decidere della cosa pubblica in questo Paese è distante dai sentimenti del Paese reale. Dalla gente. Dallo sventolio del tricolore. Dai bisogni e dai pensieri di chi -come me- si sente fortemente e orgogliosamente italiano.  Anziché per accapigliarci fra borbonici e garibaldini, la giornata odierna di festa nazionale andrebbe utilizzata per discutere di qualcosa che sembra interessarci assai meno: il futuro. Chiederci che Italia vogliamo essere. E, soprattutto, se vogliamo essere l’Italia che gli stranieri immaginano che noi siamo. Ma la situazione rasenta l’assurdo. Il mondo vagheggia lo stile italiano e ci dipinge come la culla dei piaceri raffinati: sole, paesaggi, storia, cibo, vino, arte, moda, relax. Ma noi, oltre a vivere male e ad abbrutirci davanti alla tv o dietro qualche pacchiano bunga bunga, siamo nelle fauci di una classe dirigente arruffona e arraffona, incapace di avere un’idea dell’Italia e di disegnare un progetto per i prossimi vent’anni che risponda alle richieste del mercato, cioè dei giovani asiatici e dei sempre più numerosi anziani d’Occidente interessati al nostro vero talento: fabbricare qualità della vita. Un talento difficile da imitare ma, lo si è appena visto, facile da comprare.  

Del resto quella che ha istituito per oggi 17 marzo una festa per celebrare i 150 anni dalla nascita dello Stato italiano non era una decisione scontata. Indirettamente le critiche hanno confermato la capacità che abbiamo nel nostro Paese di dividerci quasi su tutto, perfino sul festeggiare una data così particolare e unica. Per un estremo paradosso, perfino il presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni del centocinquantenario, Giuliano Amato, ha sostenuto che la data del 17 marzo andrebbe ricordata in modo operoso, e cioè senza fare vacanza a scuola o al lavoro. Resta inspiegabile perché analoghi festeggiamenti operosi non siano mai stati fin qui proposti per altre giornate festive. Quelle motivazioni e perplessità sembrano non cogliere che, se gli Stati non vivono certo solo di feste, bandiere e inni, di simboli insomma, non possono nemmeno vivere senza queste cose. Una nazione è fatta di due elementi: una ricca eredità di ricordi e la volontà attuale di vivere insieme.

È evidente che i festeggiamenti del 17 marzo non avranno  la capacità di dare o restituire agli italiani quella consapevolezza delle ragioni del vivere insieme che sembra da tempo appannata. Cosa indica il rapporto conflittuale e problematico di milioni di italiani con l’autorità dello Stato nelle sue varie forme se non una percezione assai debole -rispetto ad altri Stati europei- della loro appartenenza a una comunità nazionale? Certamente non sarà l’alzabandiera disposto in tutta Italia per il 17 marzo, non saranno gli inni e i discorsi di quel giorno, non saranno i fuochi d’artificio finali, non sarà insomma il semplice giorno di festa a rafforzare un sentimento di appartenenza nazionale da tempo indebolito e in crisi. Ma che Paese sarebbe — anzi, in un certo senso, esisterebbe davvero—un’Italia che non ritenesse il 150˚ anniversario della propria nascita meritevole di un’apposita festa?

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