VIVA LA SAGRA DEL CALZONE

VIVA LA SAGRA DEL CALZONE

Domenica ore 9,00: colazione al bar Mont Blanc tra amici, mister Cifaldi e il maestro Lupidii, il dott. Lucchese e Tonino Gatti. L’Architetto Daniela Portella, ex imperatore di Scapriano, mi chiede: “Perché fai serate ovunque e non a Teramo?” Eccone un altro. Con la solita risposta: perché voglio poter dire liberamente che la festa della musica non mi è piaciuta e invece dire “Viva la sagra del calzone”, e bentornata a Teramo, come da 13 anni, a fine luglio. Una festa è come una donna: se vuoi divertirti non devi mischiare amore e interesse. Nella mia città voglio andare a mangiarmi un buon calzone con l’amico Franco “dicioccio” Cifaldi, Gianfry “Pastorius” Prezioso, e bermi una birra fresca con Fabio e Vittorio il fenomeno. Senza rotture, assegni, fatture e interessi di mezzi. Perché, attenzione, io sono un grande frequentatore delle Sagre. E, anzi, con il mitico Giacomo Di Marco, il più grande dirigente comunale del teramano di sempre, ho anche collaborato a crearle. Amo il “sacrum” la Sagra del Tartufo a Campovalano, la sagra della Porchetta a Campli,lumagnà de nàvodd’ a Poggio Cono, la frittella a Ornano, e ovviamentedel Calzone.

Mi fa male ? Si. Dovrei evitare? Certo. Ma ci vado ogni sera che posso. A volte sempre, a volte mai. Come il lavoro permette. Ci vado perché sono teramano, abito il mio luogo, la mia città. Ci vado per incontrare amici, per stare insieme in allegria. Perché oltre al cibo la “sacrum”, una sagra, ha anche  l’importante ruolo di tenere legate le persone alle proprie radici, perpetrare le tradizioni, rievocare usi e costumi che altrimenti scomparirebbero. Perché la sagra è una festa democratica, popolare, dove tutti possono vivere attimi di gioia. Partecipo a tutte le iniziative che valorizzano le risorse e i prodotti della mia città, che raccontano un pezzo di vita e di storia, che tramandano le tradizioni promuovendone una contaminazione positiva. Ho una mia vita e non vivo di supposizioni, invidia, maldicenze. Amo abitare i luoghi, e aiutare chi fa, sostenere l’impegno di chi fa qualcosa per rendere più viva la città. Ben vengano dunque gli eventi che esaltano i diversiprodottitipici, valorizzano le tradizioni e recuperano, con saggezza, la cucina del nostro territorio, che va riscoperta e valorizzata.

Tra turismo, folklore e cultura popolare e di massa. Per gli intellettuali della minchia, i peggiori, quelli che hanno letto un libro a metà e vogliono sembrare dotti, dirò che la “sacrum” è stata riconosciuta oramai anche dalla intellighenzia, come rappresentante di un utile punto di partenza per una riflessione sull’attuale panorama di commercializzazione delle culture, i contesti di produzione di saperi, le modalità espressive tradizionali popolari e contadine, e dunque momento di sintesi che avvicina criticamente il tema della partecipazione dal basso ai processi di sviluppo territoriale fuori e dentro lo stesso Paese. Così pure l’intellettuale con la puzza sotto il naso sta bello contento, e non si sente sminuito se si mangia due arrosticini vicino ad altri, senza tavolo riservato, costretto a doversi portare il vassoio e la bottiglietta d’acqua, tiepida. Ovviamente la sua organizzazione deve essere curata meticolosamente. Io l’organizzerei ? No. Meglio, in modo diverso,nello stesso modo ? Proprio non lo farei. Perché non so farlo. E penso che non sia per niente facile farlo. Trovare collaborazioni, chiedere permessi, coordinare i volontari, le pulizie,  le cucine, la parte fiscale, lo spettacolo. Parlare è molto facile. 

Ma quant’è facile belli seduti al fresco parlare male degli altri. E’ talmente facile che è inutile. Ma posso assicurare che fare lo è molto meno. Ideare, programmare, rischiare, metterci la faccia, trovare le persone, alzarsi e andare a guardare il meteo ogni mattina e passare le sere alzando gli occhi al cielo ogni sera è un’altra cosa. Io faccio altro, altri di tipi di spettacolo e i fattidicono che lo so fare, non foss’altro per i 40 anni di palco in tutta Italia. Però ci sono cose in comune, retribuire chi ci lavora, pagati il pattuito tuttigli artisti, il palco, i service, le tasse: e mi risulta che alla sagra di Scapriano lo fanno. Quindi è giusto che alla fine qualcuno ci guadagni. E’ giusto che il Municipio metta la sua parte in termini di servizi, perché ad usufruire degli spazi e del divertimento sono quei cittadini veri soci di maggioranza del Municipio, quelli che pagano gli amministratori che quindi devono servire i cittadini.  E visto la turisticizzazione del dato folklorico, la  wunderkammer contemporanea che rende appetibile alla cultura il mondo popolare, la familiarizzazione del folklore che riposiziona la relazione tra rappresentazione dei patrimoni culturali e desideri popolari nella contemporaneità, dando forma alle aspirazioni ,capacità, energie delle comunità e dei territori che intendono promuovere e valorizzare i loro patrimoni, accanto alle scelte e alle pratiche politiche locali che si incaricano di organizzare sempre più spesso in un tutt’uno obbligato dalle languide casse municipali , l’interesse esplicito del marketing, della progettazione territoriale, e dell’industria turistica e dunque cercano di utilizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale come parte integrante di un’offerta territoriale pensata come esperienza, come loisir, come ristoro, ma anche come scoperta culturale; visto il grande successo di questa iniziativa, amata dai teramani, il Municipio si deve mettere a disposizione. 

La differenza dov’è? E’ nel fatto che per un periodo qualcuno della zona ha fatto credere che questa disponibilità era ogni volta un favore. Sarà per questo che adesso questo signore va a spasso in attesa di processo. E diciamolo chiaramente, forse tanta acredine per questa manifestazione, ha proprio nei numeri la sua ragione. Numeri “da paura” migliaia di cittadini ogni sera, tutte le sere, da 13 anni. Chi sta a casa a farsi le pippe e trova ragioni di vita nel malessere altrui ha molti motivi per rosicare. E lasciamoli rosicare stì 5/6 sfigati. Un bel vaffanculo corale li seppellirà. E giusto per chiudere sai che c’è, stavodd’ di calzoni me ne mangio 3 invece che 2 . 

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