VULPIS PILUM MUTAT, NON MORES

VULPIS PILUM MUTAT, NON MORES

Tranquilli, ora salveranno anche la Popolare di Bari. Sono bastati pochi minuti per salvare Banca Carige. Di fatto, parliamo del nono salvataggio pubblico in poco più di 3 anni e segue quelli di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige e MPS. Sulle responsabilità di questa crisi abbiamo discusso in un altri articoli in passato, e ci torneremo anche domani. Ma qui vogliamo rilevare come ne un governo “sovranista”, nato sull’onda anche dell’indignazione popolare per la cattiva gestione delle precedenti crisi bancarie da parte degli esecutivi del PD, ne un governo con ministri PD, possano sottrarsi alla logica del bail-out, quella che noi italiani credevamo, ingenuamente, di esserci messi alle spalle dal 2016, anno in cui entrava in vigore la disciplina sui salvataggi a carico dei privati, nota come “bail-in” e che recepiva la direttiva comunitaria.

Perché ? Una banca tipo Popolari di Bari va salvata sempre e comunque dal rischio fallimento? Sarebbe infinita la lista di economisti e politici che ci additerebbe il caso Lehman Brothers per farci rendere conto di quali sarebbero altrimenti i pericoli di un mancato salvataggio pubblico. In sintesi, la banca è un’azienda particolare, perché vende un bene in sé unico, ossia il denaro. E lo fa, prendendolo a prestito da altri, non producendolo autonomamente, per cui se chiudesse gli sportelli, si avrebbero due conseguenze estreme: l’economia soffrirebbe per il venir meno del denaro “venduto” dietro interesse sul mercato a imprese e famiglie; i titolari di quel denaro (correntisti, obbligazionisti e altri investitori) non lo riceverebbero più indietro, se non parzialmente. Ciò scatenerebbe la classica corsa agli sportelli, da parte dei risparmiatori di altre banche sui timori di un contagio. E questo, perché le banche si prestano soldi anche tra loro e persino per poche ore, per cui se una banca fallisse, le altre potrebbero anche solo temporaneamente patire una crisi di liquidità, ma che, per il panico dei clienti, si trasformerebbe in una ben più grave crisi di insolvenza in poco tempo.

In soldoni, queste le ragioni del salvataggio pubblico di una banca. Tuttavia, il “bail-in”, pur con le tante imperfezioni con cui fu varato, si poneva l’obiettivo di evitare che questa necessità da tutti riconosciuta di evitare il fallimento di un istituto di credito ricadesse sui contribuenti. Passano gli anni, cambiano i governi, ma la musica che si suona è sempre la stessa. Le banche sono banche e nessuno osa mettere in discussione che sia giusto salvarle, quali che siano state le cause della crisi. Questa follia di mani che si stringono per aiutarsi a vicenda andrebbe spezzata smettendola di fare deficit, il quale, è ampiamente dimostrato proprio dall’esempio italiano che non serva un fico secco alla crescita, specie se la qualità della spesa è notoriamente scadente, finendo per ingrossare gli apparati burocratici già ipertrofici e l’assistenza spesso fine a sé stessa. Lo stato italiano ha bisogno continuo delle banche perché si indebita senza limiti e le banche italiane hanno bisogno dello stato perché subiscono perdite dai crediti deteriorati, frutto di un’economia domestica malata. Anziché pensare solo all’ultimo stadio della crisi, bisognerebbe risalirvi a monte e scopriremmo che famiglie e imprese non riescono a ottemperare ai loro obblighi con le banche per mancanza di lavoro e redditi insufficienti le prime e bassi ricavi e produzione carente le seconde.

Le une e le altre soffrono per un’economia stagnante e i cui livelli di ricchezza restano inferiori a quelli dell’ormai lontano 2007. Perché? Perché lo stato tassa e spende, soffocando di imposte e contributi chi lavora e produce. L’unica realtà a restare sempre con la pancia piena è la burocrazia, inutile e perlopiù persino dannosa, i cui uffici sono affollati dai dottori azzeccagarbugli di manzoniana memoria. E, dunque, siamo finiti in un “loop”. La spesa pubblica non smette di crescere e ciò costringe lo stato a indebitarsi da un lato e a tenere alte le tasse dall’altro, provocando quelle cause che mettono a rischio proprio il credito bancario, il quale dovrà essere garantito con salvataggi e coperture dei governi, mentre le banche per dare una mano allo stato spandi e spendi riducono il credito all’economia produttiva, aggravando i propri stessi problemi e finendo per essere risucchiate dal tormentone dello spread. Usciremo mai da questa follia? Si è possibile.

Domani parleremo degli sprechi della Popolare di Bari, dei super stipendi (anche a Teramo), degli amici degli amici, di chi è stato assunto per non fare niente, ed è  rimasto a non fare niente. Vedremo i soldi dati agli amici dei politici tramite le fondazioni, e proveremo a dire che i costi dei salvataggi non sono “i loro”, non sono loro i buoni, non piovono dal cielo. Gli 800 milioni che daremo a alla popolare di Bari sono soldi nostri. Ma se nemmeno sto –ulteriore- vibratore modello “Cubano 36” ti scuote e ti sollecita all’ interesse allora stapposto. .

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