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YES, WE CAN: MA I PERICOLI INIZIANO ORA

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Obama ha assistito alle ultime votazioni dalla Roosevelt Room della Casa Bianca, in omaggio al presidente che negli anni Trenta firmò la nascita della “Social Security”, la previdenza sociale.  Era assieme agli stretti consiglieri e li ha lasciati a pianificare l’agenda della giornata di oggi nella quale si attende la firma di promulgazione della riforma e subito dopo anche la sigla dell’ordine esecutivo sulla proibizione dell’elargizione di fondi pubblici all’interruzione della gravidanza.  Proprio questo ordine esecutivo ha consentito di raggiungere l’accordo in base al quale una dozzina di deputati democratici antiabortisti hanno fatto convergere i voti su quelli che già aveva la Pelosi consentendo di raggiungere il quorum per approvare la riforma.  A votare contro invece sono stati tutti i 178 repubblicani affiancati da 34 democratici dissidenti, timorosi dei sondaggi che danno il sostegno alla riforma di Obama al 38 per cento.

  Una svolta storica, per gli Stati Uniti. Barack Obama è riuscito nell’impresa mancata per oltre un secolo dai suoi predecessori.  La riforma estenderà i servizi sanitari a 32 milioni di statunitensi grazie all’allargamento del raggio di azione dei programmi di salute pubblica (Medicare, finora limitato ai cittadini con reddito al di sotto della soglia dell’indigenza) e grazie ai sussidi alle famiglie che non possono acquistare polizze assicurative private; vieterà anche alle compagnie assicurative di rifiutare le polizze a bambini o adulti con malattie congenite e impedirà di revocare le polizze ai già assicurati.  Una riforma con la quale il 95% dei quasi 300 milioni di cittadini americani disporrà di una copertura sanitaria. Il costo per il bilancio statale di tutto ciò è naturalmente oneroso e verrebbe finanziato in parte con i tagli a Medicaid e in parte con nuove tasse ad hoc.

  L’happy ending non è stato ancora apposto in calce ma l’approvazione della riforma dell’assistenza medica, la più ostica e intensamente ideologica legge del dopoguerra americano, è cosa fatta.  Da questa mattina anche in Usa – il Paese della libera concorrenza, del capitalismo senza pentimenti, dell’individualismo senza mitigazioni – i poveri potranno (più o meno) avere cure mediche.  E Obama avrà firmato il primo vero passo del promesso «cambio», e rovesciato il corso declinante in cui era entrato.  La vittoria conseguita non porta tuttavia necessariamente al consolidamento della sua Presidenza.  Anzi.  La battaglia per far passare questa riforma ha infatti profondamente inciso nel tessuto politico americano, cambiando il sistema degli alleati e quello dei nemici.  Davanti al Presidente, nel momento stesso in cui prenderà atto di aver vinto, si presenteranno dunque nuovi terreni di conflitto persino più insidiosi di quelli finora affrontati.  Fra gli amici persi nei mesi scorsi ci sono sicuramente i democratici pro aborto.

  La vittoria della legge ieri è apparsa vicina quando il decisivo gruppo di antiabortisti, repubblicani e democratici, ha deciso di votare a favore.  Il fronte più pericoloso per la Casa Bianca oggi è quello dei nemici che, nella opposizione alla riforma, si è approfondito nei toni, negli umori, e si è allargato, includendo il potenziale risentimento di forti settori economici che non sono solo le grandi industrie della sanità.  Obama ha nel prossimo futuro da temere molto di più da nemici che per ora non sfilano.  Come si sa, il colpo che davvero uccide è quello che cala svelto, silenzioso, inatteso, e nel segreto del buio.  E di colpi come questi se ne stanno preparando molti, nei segretissimi santuari del potere economico americano.  Si sa dello scontento delle Farmaceutiche.  Ma nella equazione di Washington è entrata ora anche Wall Street. La Wall Street che dalla crisi del 2007 è uscita indebolita ma non vinta e che, dopo essere stata salvata da un presidente democratico, guarda oggi con favore ai repubblicani. Dei democratici le banche temono infatti la legge di riforma delle regole per le istituzioni finanziarie. 

Il feeling fra banche e i repubblicani, d’altra parte, è stato già confermato dalle donazioni di sostegno. Perfetto esempio del cambio di clima: la JP Morgan Chase e i suoi dipendenti, che nel 2008 avevano garantito corpose sottoscrizioni ai democratici, l’anno scorso hanno dato il 73 per cento delle loro donazioni ai repubblicani.  È dunque un percorso in salita quello che aspetta Obama.  Ma la vittoria di queste ore gli fornisce una sorta di orientamento, una bussola per navigare dentro la frammentazione degli interessi della società americana.  Se è riuscito oggi a far prevalere sugli interessi elettorali ed economici di forti settori sociali quelli di una parte di società senza grande potere, forse ha trovato una chiave di volta per riallineare in maniera diversa l’interesse privato e quello pubblico del sistema di cui è a capo. 

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